foto Campana

mappa
Ricordo una vecchia città
Inconsciamente io levai gli occhi
Un tocco di campana argentino
Fu scosso da una porta
Non seppi mai come
Ai confini della campagna
Nell'odore pirico
Ne la sera dei fuochi
Una grossa torre barocca
La piazza ha un carattere
Ofelia la mia ostessa
Nel corpo dell'antico palazzo
Il Collegio dei Salesiani
Via Bondiolo 16
info

Dino Campana (Marradi 1885 - Scandicci 1932) è l'autore di uno dei capolavori assoluti del Novecento poetico italiano, i Canti Orfici (1914). Diverse pagine del libro ritraggono scorci della città di Faenza, dove il poeta trascorse alcuni anni della sua adolescenza.

Comune di Faenza
Assessorato alla Cultura

Campana e Faenza
Targa in ceramica

Il progetto del percorso “Dino Campana e Faenza” è nato nell’ambito delle manifestazioni tenute nel 2014 per i cento anni dalla pubblicazione dei Canti Orfici. Il progetto è stato realizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Faenza, a partire da un’idea del prof. Stefano Drei, con il prezioso sostegno di HERA S.p.A. e con la collaborazione del Settore Territorio del Comune di Faenza. Le targhe sono state realizzate dalla ditta Digicer di Faenza. Al centro della narrazione poetica di Dino Campana c’è il nomadismo frenetico che caratterizzò anche la sua biografia. Troviamo nella sua opera racconti e suggestioni ambientati in paesi stranieri come il Belgio, la Spagna e l’Argentina, ma anche in quattro città italiane che egli ben conobbe: Faenza, Bologna, Firenze e Genova. Sono luoghi in cui il poeta arriva per poi ripartire, ma Faenza è un luogo diverso: è il trampolino di lancio delle sue speranze, delle sue visioni e del suo racconto. Faenza è la città riconoscibile fin dall’incipit dei Canti Orfici (“Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’agosto torrido...”). Sono molti i luoghi del libro in cui è possibile identificare scorci faentini. Sono completamente ambientate a Faenza due sequenze: quella iniziale, in cui sono riconoscibili il campanile di Santa Maria Vecchia, piazza S. Rocco e il borgo Durbecco, e quella centrale che si apre con una descrizione della piazza principale, con il suo “carattere di scenario nelle logge ad archi bianchi leggieri e potenti”, affollata di personaggi (“qualche matrona piena di fascino”, la “pescatrice povera” che passa) e simboli (“la grossa torre barocca”). Altri riferimenti faentini meno espliciti, ma documentabili, sono disseminati in tutta l’opera. Da questi sicuri riscontri è nata l’idea di realizzare un percorso all’interno della città di Faenza, segnalato con targhe in ceramica serigrafata, che introduce ai luoghi faentini di Dino Campana e consente nello stesso tempo di avvicinarsi alla lettura delle pagine di questo autore. Sono state dunque realizzate 14 targhe in ceramica della dimensione di cm. 70 x 50 contenenti testi tratti dai Canti Orfici che hanno riferimento sicuro alla città di Faenza, una breve descrizione del luogo e una fotografia che ritrae il luogo all’epoca di Dino Campana. Per un approfondimento informativo è stato configurato un sito web ed è stata anche realizzata, con la tecnologia Google, una mappa della città di Faenza che individua i 14 siti e contiene anche i relativi link di rimando alle pagine web.

La città e il ricordo: Faenza e Dino Campana
Faenza, Bologna, Firenze, Genova. Le città dei Canti Orfici sono quattro, ciascuna con connotazioni ben distinte, che vengono esaltate da accostamenti e contrapposizioni. Una cittadina di provincia e tre capitali: la sproporzione è evidente. Bisogna proprio essere nati a Marradi per non coglierla subito e collocare le quattro città sullo stesso piano, anzi per porre al primo posto la cittadina di provincia.
Da Marradi a Faenza ci sono poco più di trenta chilometri di falsopiano; più del doppio e con dislivelli assai superiori da Marradi a Firenza. Può accadere così che per il marradese il centro minore eserciti una forza di attrazione anche maggiore e che diventi, nel libro come nella biografia di Campana, la città archetipica, la prima. La prima tappa del suo randagismo esistenziale e lo scenario delle prime pagine del libro, pagine in cui i ricordi personali si dilatano, caricandosi di risonanze che sembrano provenire da epoche remote, profondità, lontananze. Le mura e le torri di Faenza come quelle della città di Dite, l’arsura delle acque stagnanti del Lamone e dei canali sotto le mura come l’arsura degli idropici dannati nella decima bolgia, in una fitta rete di rapporti intertestuali con l’Inferno dantesco.
Una vecchia città, la città. Ricordi adolescenziali rivissuti come memorie ancestrali: lo stravolgimento visionario sconfina nella cosmogonia, ma germina dall’autobiografia. Quando, nel secondo capitolo, esordisce l’io poetico, la scena è proprio quella che si prospetta al marradese che scende in pianura: porta Montanara, la prospettiva di viale Stradone, il campanile di S.Maria Vecchia, i canali. Sono forse le prime cose che Dino vide quando vide per la prima volta una città. Ma anche l’arsura infernale del primo capitolo potrebbe avere come nucleo generatore l’esperienza vissuta dal poeta adolescente nelle torride estati del 1898 e del 1900. Furono secondo le cronache dell’epoca due estati memorabili per la calura; furono per lo studente Dino, impegnato negli esami di terza e poi di quinta ginnasio, le prime estati trascorse in città, lontano dal «lontano refrigerio» delle sue «colline verdi e molli».
Va precisato che i rimandi all’Inferno (alla calura, alla notte, a quell’onnipresente colore rosso che in Campana è quasi il senhal di Faenza) non denotano insofferenza, avversione. Tanto meno denotano risentimento per una presunta emarginazione, che, almeno per quanto riguarda gli ambienti faentini, non ha alcun sostegno documentario; anzi è smentita dalle fonti. Hanno a che fare invece con una discesa nelle tenebre e nell’abisso, con l’inseguimento di miti personali e archetipici. Ogni gesto compiuto, ogni movimento dei personaggi si proietta all’indietro, ne ripete altri più antichi, depositati in una memoria personale e collettiva.
A Faenza Campana trascorse, alunno ginnasiale e liceale, quattro (o forse cinque) anni cruciali della sua formazione, a cavallo fra i due secoli. Ma le frequentazioni faentine di Campana sono ininterrotte e documentate per tutti gli anni successivi. Un’analisi accurata può fare scoprire riferimenti faentini anche in altri luoghi del libro.
La città di Faenza (la sua piazza, l’osteria della Mosca, la pinacoteca) tornerà in scena nelle pagine centrali del libro, pagine concepite probabilmente ex novo nei mesi della febbrile riscrittura del libro (primavera 1914). Qui il marradese propone in capitoli consecutivi e contrapposti, strutturalmente simmetrici, una polarità Firenze / Faenza, in cui le due città diventano emblemi: quella dell’ideale artistico realizzato, questa dell’istintività naturale. Firenze ellenizzante e Faenza latina, Firenze apollinea e Faenza dionisiaca. L’ambientazione in pinacoteca innesca un’altra contrapposizione, ancora sorprendente nella sua sproporzione, perché sono due i musei descritti nei Canti Orfici: la galleria ospitato dall’«antico palazzo rosso» faentino, già teatro delle disavventure di Dino studente liceale e – nientemeno – la Galleria degli Uffizi. Mentre l’osteria (sive taverna bolognese, bottega di vini genovese) costituisce il leitmotiv che accomuna tutte e quattro le città campaniane.
A ben vedere, non solo Firenze, ma anche le altre città campaniane assumono le loro connotazioni in rapporto a Faenza: Faenza vecchia e turrita come Bologna, Faenza città di Dite versus Genova paradisiaca. Nel reticolo di analogie e contrapposizioni che legano le quattro città, è proprio la piccola Faenza a fungere da paradigma. Un faentino che ama la propria città può emozionarsi a scoprirlo; forse dovrebbe ringraziare questo marradese che gli ha dato spunti per guardare a queste mura e a queste torri con un rinnovato stupore.
(Stefano Drei)

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